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LE OMELIE E LA PREDICA DI VERONA 335 ti cito il manifesto del 1796, ma senza fare attenzione alla iden– tita sostanziale col discorso del Botta, sfruttati ambedue sem– plicemente come un parto gemellare 1 ªº. La vicinanza dei due testi e pero tale da conformare i sospetti1ª 1 , che il Botta non avesse inventato di sana pianta il discorso di Verona, come per altre sfuriate rettoriche, anche se con cio non si puo ancora arrivare a rivendicarne la paternita al Turchi1ª 2 • Il vibrato e caldo senti– mento di avvei:-sione ai francesi che ivi martella da capo a fon– do, reso ancora piu interessante nella libera versione del Botta, in cui l'intemperanza di linguaggio giunge al parossismo, non e· comunque lontana da certe pagine di eloquenza concitata del cappuccino. E le allusioni alla umiliazione di Parma, Modena, Bologna, alle spogliazioni di opere d'arte, tra le quali tengono il . primo posto quelle del Correggio, le gravose imposizioni di da– naro, di bestiame, di vettovaglie e altri particolari che appaiono nel manifesto del 1796 mutati invece dal Botta, per ambientare piu efficacemente il suo discorso agli avvenimenti di Verona, por– terebbero anch'essi verso il Turchi1ªª. Anche se non autentico, il libello rispecchia comunque il fermento e il bollore dei momen:– ti della lotta di cui fu creduto capace il vescovo di Parma. Una semplice comparazione, oltre che concretizzare quanto abbiamo detto, ci pare sufficiente a togliere ogni dubbio che sostanzial., mente ci troviamo di fronte ad uno stesso manifesto : EPIGRAFE ALL'lTALIA « Italia, miseranda Italia, solleva l'augusto capo, ascolta la voce del Cielo, che ti chiama: sorgi, impu– gna l' Armi arruginite, sono quelle de' Fabi, de' Camilli, de' ScipionL -sono quelle de' Sforza, de' Colonna, . de' Gonzaga, de' Doria, e de' Far– nesi. Sorgi: avvivati, v'e ancor sa-· I,ute per te... Quanta sete di furti sfogata sopra di te in poche ]une! Quanta rabbia ! Eppure non ne era- BOTTA « Italiani di qualunque paese, di qualunque condizione, di qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei Scipioni, dei Fabii, dei Camilli ; esse son pur quelle degli Sforza, degli Alviani, dei Castrucci; Italiani impugnate le armi, e non le deponete, finché questi barbari, di qualunque favella essi siano, non siano cacciati dalle dolci terre italiane. Vedete lo stra- 13 o A. FRANCHETTI, op. cit., 294-295 e 825 n. 27. 131 Cf. E. BEVILACQUA, Le Pasque veronesi, 197-198. 132 I biografi del cappuecino si ·sono, tuttavia, affrettati ad aggiungere anche questa « predica di Verona » al catalogo dei suoi scritti. Cf. PEZZANA, Memorie VII, 802; Bull. Ord. Cap. IX, 269; JOANNES M. A RATISBONA, Catawgus scri;ptorum, 10; FELICE DA MARETO, Tavole dei Capitoli Generali, 250. 133 Tuttavia, anche nell' E p i gr a fe non mancano accenni al Veneto: « Il Bresciano, i1 Veronese, i1 Vicentino sono oppressi da gravissime ricerche in generi e danaro. Le spóse, le vergini vi sono insultate. Le case dei patrizi e dei contadini saccheggiate ne! Bassanese e Padovano, ed altrove, e il piu inumano flagello , riduce in pochi mesi .alla miseria quelle gia agiate e floride popolazioni innocenti... ». Jvi, 9-10, Mentre i1 Botta: « Fumano al cospetto vostro le campagne pocanzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate ed arse dai Barbari... Piangono le pavesi madre, piangono le veronesi madre... ; piangono le italiane madri le figlie, prima ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori... ». Op, cit. II, 141.

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